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«In principio era un’infatuazione, come quelle per le dive al cinematografo» spiegò lui con l’aria imbarazzata. «Poi ho capito che mi piace come tieni alle cose, alle persone, il modo in cui ti prendi cura del negozio, l’amore che porti a tuo padre. Mi sembra che hai a cuore la famiglia come me, ecco.»
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Lui si metteva lì e le accarezzava i capelli, che non erano belli come prima, e rifletteva su quanto adesso che era ammalata gli importasse poco che fosse bella o brutta. Voleva solo sentirla ridere, pensava.
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Betta preferiva restare lì, in pace. Miriam si disse che non era sbagliato, in fondo. Rimase un po’ a farle compagnia e quando fu pronta decise che per lei, invece, era tempo di andare.
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Marisa si affondò le unghie nel volto e aprì la bocca per gridare. Ma non uscì alcun suono, solo un respiro spezzato. Rimase così, l’immagine fissa di un dolore a cui non era capace di dare voce. A Torre Domizia si raccontò che la gente, prima di intervenire, rimase a guardarli a lungo, attonita, in contemplazione come davanti a un insolito presepe.
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Nardulli si alzò, senza finire l’orzata. Improvvisamente, dalla pattumiera lasciata scoperta, gli arrivò alle narici l’odore dolciastro, con una nota acetata, della frutta andata a male. Nonostante avesse avuto la fruttiera lì davanti, sul tavolo, non l’aveva avvertito finché lei non aveva smosso il contenuto, né aveva notato il nugolo di moschini che ora erano migrati nel secchio dei rifiuti. Pensò anche che la signora Letizia, in tutta quella penombra, ci si muoveva stranamente a suo agio, mentre lui la trovava opprimente.
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«Stelvio» mormorò mentre gli metteva la mano sulla sua in un gesto fraterno. Era convinto di dover trovare una parola. Qualcosa. Poi aggiunse con la voce che sembrava dovesse spezzarsi da un momento all’altro: «Si è difesa come una leonessa, fino alla fine». Allora gli occhi di Stelvio Ansaldo, che da giorni si tormentava all’idea della sua creatura, ammazzata mentre lui dormiva tranquillo nel suo letto, si riempirono lentamente di lacrime e di orgoglio. Lasciò che i singhiozzi repressi troppo a lungo gli esplodessero dalla gola, il petto che sobbalzava tanto erano potenti. Alla fine pianse così, composto, seduto con le mani poggiate sulle gambe. Pianse con l’ombra di un sorriso di fierezza sulle labbra, al pensiero di quella figlia che si era arresa solo alla morte.
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A Torre Domizia tutto era tornato alla normalità ancora prima che l’estate fosse finita, aveva raccontato a Stelvio. I vacanzieri se n’erano andati con la ferma convinzione che quell’orrore mai avrebbe potuto essere stato perpetrato da qualcuno di lì. Come se i mostri fossero arrivati dal mare e di là se ne fosse andati.
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Era convinta che nella vita anche le cose brutte, quelle sbagliate, alla fine un senso ce l’avessero. Perché altrimenti c’era da impazzire di disperazione e lasciarsi seccare come le piantine senza acqua.